Marassi, cellulare nascosto in cella e due agenti feriti, uno avrà 30 giorni di prognosi

L’aggressione sarebbe avvenuta durante un controllo nella prima sezione del carcere. Il SAPPE denuncia l’accaduto e sollecita sistemi capaci di bloccare l’utilizzo dei telefoni negli istituti

Un cellulare trovato all’interno di una cella, il rifiuto di consegnarlo e poi l’aggressione. È quanto sarebbe accaduto ieri nella prima sezione della Casa circondariale di Marassi, dove due agenti della Polizia Penitenziaria sono rimasti feriti. Le prognosi indicate sono rispettivamente di 30 e sette giorni.

A ricostruire l’episodio sono Vincenzo Tristaino, segretario nazionale del SAPPE per la Liguria, e Donato Capece, segretario generale del sindacato.

Secondo quanto riferito da Tristaino, durante un controllo il personale avrebbe scoperto un telefono illegalmente custodito in una cella della prima sezione. Quando gli agenti hanno chiesto la consegna dell’apparecchio, i due detenuti presenti si sarebbero rifiutati di collaborare, opponendo resistenza e passando successivamente all’aggressione fisica.
«Il bilancio è pesante: due poliziotti penitenziari feriti, rispettivamente con una prognosi di 30 e sette giorni», denuncia il rappresentante sindacale, sottolineando come il personale di Marassi sia esposto quotidianamente a pericoli sempre più seri. Per il SAPPE, episodi simili non possono più essere archiviati come parte della normale gestione dell’istituto.
Il segretario generale Donato Capece esprime solidarietà ai due agenti e torna a sollevare il problema dei dispositivi telefonici introdotti illegalmente nelle carceri. Telefoni, smartphone e schede telefoniche, sostiene, possono permettere di mantenere contatti non autorizzati con l’esterno e, nei casi più gravi, di coordinare traffici e attività illecite direttamente dalle celle.
Il semplice sequestro degli apparecchi, secondo il SAPPE, non sarebbe sufficiente. Capece chiede l’introduzione di tecnologie capaci di impedire il funzionamento dei telefoni all’interno degli istituti penitenziari, accompagnate da investimenti e da una strategia valida su tutto il territorio nazionale.
«Non basta sequestrarli dopo che sono entrati: bisogna impedire che possano funzionare», afferma il segretario generale, chiedendo sistemi per la neutralizzazione dei segnali compatibili con le esigenze operative e di sicurezza delle strutture. Ogni ulteriore ritardo, sostiene, rischia di lasciare più spazio all’illegalità e di far ricadere ancora una volta le conseguenze sul personale.
Il SAPPE sollecita quindi un intervento del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Per Marassi vengono richiesti più agenti, maggiori risorse economiche e strumenti tecnologici adeguati alla situazione.
Secondo Vincenzo Tristaino e Donato Capece, la sicurezza nelle carceri non può dipendere soltanto dalla professionalità e dal coraggio degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria. Il timore è che, senza provvedimenti concreti, un nuovo sequestro o un’altra aggressione possano avere conseguenze ancora più gravi.
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